Nell’ultimo decennio, l’uso dei social network è passato dall’essere una novità tecnologica a un’abitudine quasi onnipresente: miliardi di persone in tutto il mondo trascorrono quotidianamente ore su piattaforme come Instagram, TikTok, Snapchat e Facebook.
Basti pensare che diversi governi considerano l’uso dei social così dannoso da aver introdotto il divieto di accesso per gli under 16, come l’Australia e la Malesia. Per altri è solo una questione di moderazione dei contenuti, come l’Indonesia che ha introdotto il divieto solo per le piattaforme considerate ad alto rischio. Al momento, il modello più strutturato è quello cinese. Grazie alla «Modalità Minori», i dispositivi si bloccano automaticamente dopo 40 minuti (per gli under 8) o un’ora (per i ragazzi tra 8 e 16 anni), con un coprifuoco digitale durante la notte. Ma non è solo una questione di tempo: dal 1° marzo 2026, le nuove regole obbligano le app a nascondere attivamente ogni contenuto che possa influenzare negativamente la crescita o i valori delle nuove generazioni.
In altri Stati, come Francia, Portogallo, Danimarca, Regno Unito e Spagna, la legge è stata approvata ma non è ancora concluso l’iter. In Italia, invece, è ancora tutto in discussione. La preoccupazione è davvero alta. Per questo ci chiediamo cosa succede, a livello cognitivo, quando si interagisce costantemente con questi ambienti digitali progettati per catturare la nostra attenzione? In che modo la nostra capacità di concentrarsi e ricordare informazioni cambia nell’epoca dello scrolling infinito?
L’attenzione
I social media prosperano in un’economia dell’attenzione: ogni notifica, video breve o “like” non è solo un dettaglio di interfaccia, ma una leva progettata per catturare il nostro cervello e tenerlo agganciato. Studi recenti indicano che questo modello può avere conseguenze misurabili sulla nostra capacità di mantenere l’attenzione nel tempo.
Una ricerca pubblicata nel 2025 ha evidenziato come l’uso intensivo di social media sia associato specificamente a segnali di difficoltà di concentrazione nei bambini, più di altri tipi di schermi come video o videogiochi, collegando l’esposizione a un aumento dei sintomi di disattenzione tipici del disturbo da deficit di attenzione con iperattività (ADHD). Questo effetto è stato osservato anche dopo aver controllato fattori come background socioeconomico o predisposizione genetica, suggerendo un ruolo diretto dell’ambiente digitale sull’attenzione dei più giovani.
Altri studi tra gli studenti universitari confermano questo quadro: un uso eccessivo e poco strutturato dei social media è correlato a riduzione della capacità di concentrazione sostenuta e prestazioni cognitive meno efficaci. In particolare, emerge che la continua interruzione dei compiti cognitivi a causa di notifiche o multitasking digitale può compromettere la qualità dell’attenzione e rallentare il completamento di attività complesse.
I meccanismi alla base di questi effetti sono ben documentati dalla neuroscienza: ogni interruttore di attenzione — una notifica, un video che parte automaticamente, un commento da leggere — attiva i circuiti di ricompensa del cervello, inducendo una preferenza per stimoli brevi e altamente variabili. Questo tipo di interazione frequente non solo frantuma l’attenzione, ma può condizionare anche il modo in cui il cervello valuta l’impegno cognitivo prolungato, rendendo compiti monotoni o concentrati percepiti come meno gratificanti.
La memoria: cos’è davvero “ricordare”?
Se l’attenzione è come un faro che illumina ciò su cui concentriamo la mente, la memoria rappresenta la capacità di conservare e recuperare quell’informazione nel tempo. Qui i social media influenzano le cose in modi più sottili, ma altrettanto importanti.
Uno studio di psicologia pubblicato su The Journals of Gerontology ha rilevato che maggiore è l’uso quotidiano dei social media, maggiore è la probabilità di sperimentare fallimenti di memoria nel corso della giornata. Questo collegamento si osserva indipendentemente dall’età: adulti di diverse età che passano più tempo sui social si dimenticano più facilmente le cose (appuntamenti o dove hanno messo qualcosa). Parte di questo effetto è dovuto al fatto che l’uso di social media può esternalizzare la memoria: ci si affida più a piattaforme, notifiche e promemoria digitali che alla propria capacità di ricordare senza supporti esterni.
Un altro filone di ricerca ha analizzato il cosiddetto multitasking digitale: provare a memorizzare una nuova informazione mentre si è impegnati con contenuti dei social compromette la memoria a breve termine. In uno studio con studenti universitari, chi utilizzava i social durante l’apprendimento di materiale nuovo otteneva punteggi più bassi nei test di memoria a breve termine rispetto a chi si concentrava solo sul materiale didattico.
Tuttavia, la relazione tra social media e memoria non è sempre unidirezionale. Alcuni studi indicano che il modo in cui si interagisce con i contenuti influenza il ricordo: ad esempio, commentare attivamente post su Instagram può aumentare la probabilità di riconoscere quegli stimoli in seguito, rispetto a una visione passiva. Questo suggerisce che forme di coinvolgimento profondo e significativo con il contenuto possono favorire l’elaborazione dei ricordi.
Pro e contro: educare a un uso consapevole
Uno degli aspetti più interessanti della letteratura scientifica recente è che gli effetti cognitivi dei social media non sono universali né completamente negativi. Come spesso accade nella scienza, il quadro è sfumato e dipendente da molte variabili.
Ad esempio, una revisione sistematica sull’impatto dei social media su bambini e giovani adulti ha trovato evidenze contrastanti: in alcuni casi l’uso moderato non mostrava un impatto negativo significativo sulla memoria, mentre in altri casi attività online strutturate e orientate all’apprendimento potevano addirittura potenziare certe abilità cognitive.
Questo indica due aspetti importanti:
- La quantità di uso conta, ma conta anche come e perché si usano i social media.
- Non tutti i tipi di interazione digitale sono uguali: attività passive e frammentate sembrano più dannose rispetto a interazioni attive e con uno scopo definito (come partecipare a gruppi di studio online o creare contenuti informativi).
La ricerca scientifica contemporanea suggerisce che i social media, progettati per massimizzare il coinvolgimento, possono interferire con processi cognitivi fondamentali come l’attenzione sostenuta e la memoria profonda, soprattutto quando l’uso è eccessivo o frammentato. Per i genitori, educatori e per chiunque voglia mantenere performance cognitive ottimali, queste sono alcune indicazioni pratiche:
- Limitare le interruzioni digitali durante compiti impegnativi o studio approfondito.
- Favorire un uso consapevole e mirato delle piattaforme, evitando lo scrolling senza meta.
- Incorporare pause regolari per ridurre il carico cognitivo e preservare la concentrazione.
Come per molti strumenti potenti, i social media non sono intrinsecamente “buoni” o “cattivi”: il loro impatto dipende da come li usiamo. Continuare a studiare questi fenomeni con metodi rigorosi è essenziale affinché utenti, educatori e policy maker possano prendere decisioni più informate su come integrare queste tecnologie nella vita quotidiana senza compromettere la salute cognitiva.
BIBLIOGRAFIA
- Al-Leimon, O., Pan, W., Jaber, A.-R., Al-Leimon, A., Jaber, A. R., Aljahalin, M. & Dardas, L. A. (2025). Reels to Remembrance: Attention Partially Mediates the Relationship Between Short-Form Video Addiction and Memory Function Among Youth. Healthcare, 13(3), 252. https://doi.org/10.3390/healthcare13030252 — Studio che indaga come l’uso di video brevi e la possibile “dipendenza” da questi contenuti siano associati a variazioni nei processi di attenzione e funzione mnestica negli studenti universitari.
- Giraldo-Luque, S., Aldana Afanador, P. N. & Fernández-Rovira, C. (2020). The Struggle for Human Attention: Between the Abuse of Social Media and Digital Wellbeing. Healthcare, 8(4), 497. https://doi.org/10.3390/healthcare8040497 — Analisi teorica multidisciplinare sul ruolo dei social media nella cattura dell’attenzione e nelle dinamiche cognitive e psicologiche associate all’uso intensivo.
- Sethi, R. A. (2025). Impact of Social Media Use on Attention Span and Cognitive Performance among University Students. Dialogue Social Science Review (DSSR), 3(8), 886–894. — Documento empirico che analizza associazioni tra uso dei social, capacità di attenzione sostenuta, procrastinazione e prestazioni di memoria di lavoro in studenti universitari.
- Chiossi, F., Haliburton, L., Ou, C., Butz, A. & Schmidt, A. (2023). Short-Form Videos Degrade Our Capacity to Retain Intentions: Effect of Context Switching On Prospective Memory. arXiv preprint arXiv:2302.03714 — Studio sperimentale che evidenzia come l’esposizione a video brevi comporti peggioramenti nella memoria prospettica (capacità di ricordare e realizzare intenzioni future) a causa di frequenti interruzioni di contesto.
- Wojtowicz, A. (2024). The Relation between Social Media and Health, Chapter in Social Media and Adolescent Health. National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine. — Revisione delle evidenze scientifiche sulle associazioni tra uso intensivo dei social media e esiti di salute mentale e cognitiva nei giovani.
- https://www.corriere.it/tecnologia/26_marzo_28/il-mondo-vieta-i-social-agli-adolescenti-la-mappa-dei-divieti-e-la-situazione-in-italia-ad44b00a-87cc-4571-a03d-9a85a5bacxlk.shtml






Scrivi un commento