Il 22 luglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sollevato preoccupazioni riguardo la diffusione della Chikungunya[1], un’infezione trasmessa dalle zanzare. L’OMS ha richiamato gli stati all’azione affinché facciano prevenzione per evitare la ripetizione dell’epidemia che colpì diverse parti del pianeta circa 20 anni fa. A quel tempo l’epidemia iniziò in alcune isole dell’Oceano Indiano come La Reunion, per poi diffondersi in diverse zone del pianeta. Sembra che ora si stia ripetendo uno scenario simile, per questo motivo l’OMS ha posto l’attenzione su questo tema. Quanto ci dobbiamo preoccupare? 

La Chikungunya è un’infezione trasmessa dalle zanzare, in particolare da due zanzare del genere Aedes: A. aegypti e A. albopictus. Si tratta di un virus a RNA del genere Alphavirus e della Famiglia Togaviridae[2]. Il virus possiede delle mutazioni che rendono efficace la trasmissione in queste specie. Il periodo di incubazione dopo la puntura dell’insetto varia dai 4 agli 8 giorni e i sintomi includono nella fase acuta febbre, rash cutanei e dolore articolare (quest’ultimo può durare mesi o anni dopo l’infezione). La percentuale di casi che sviluppano condizioni severe è relativamente modesta, attestandosi all’incirca sullo 0,1%. Tuttavia l’infezione può diffondersi molto velocemente, infettando molte persone in un arco di tempo molto ristretto, ed è quindi in grado di mettere in difficoltà i sistemi sanitari. La Chikungunya può infatti risultare severa e talvolta fatale, soprattutto nei neonati, nei più anziani e nelle persone con condizioni pregresse. In caso di epidemia quindi molte persone potrebbero aver bisogno di livelli di assistenza sanitaria elevati. 

Si suppone che il virus si sia originato circa 500 anni fa in Africa e fu isolato per la prima volta nel 1952 in Tanzania e, negli anni successivi alla scoperta, provocò sporadici focolai in Asia e in Africa. I primi focolai in aree urbane di cui si ha conoscenza risalgono al 1958 in Thailandia e al 1970 in India. Nel 2004 la diffusione dell’infezione subì un’accelerazione: in seguito ad un focolaio in Kenya, il virus si diffuse nelle isole dell’Oceano Indiano e in diversi stati dell’Africa e del sud-est asiatico. Il focolaio a La Reunion, dipartimento francese nell’Oceano Indiano, fu importante in quanto si stimarono circa 244.000 casi. Vennero sequenziate inoltre mutazioni come la A226V, che rese possibile una trasmissione più efficiente del virus da parte di Aedes albopictus. 

Nelle Americhe la trasmissione del virus fu documentata per la prima volta nel 2013 nei Caraibi. Da quel momento la diffusione fu piuttosto consistente, con il picco raggiunto nella stagione 2014/2015 con circa 1.800.000 casi sospetti riportati. I casi successivamente calarono a circa 186.000 l’anno nel periodo 2018-2021 per poi risalire a 400.000 nel 2023 con 515 decessi. Ogni anno vi sono focolai in 15 paesi, come per esempio quello verificatosi in Brasile nel 2024, in cui vi furono circa 400.000 casi sospetti e 200.000 accertati, che portarono l’incidenza dell’infezione a 199 casi ogni 100.000 persone, in pratica almeno una persona su 500. 

Nella regione mediterranea orientale (regione come intesa dall’OMS), il virus è presente fin dal 1983 secondo indagini sierologiche svolte in Pakistan, mentre il primo caso documentato in un essere umano si è trovato a Lahore (Pakistan) nel 2011. In questa regione vi sono stati focolai in Somalia, Arabia Saudita, Sudan e Djibouti. 

Per quanto riguarda l’Europa, sporadici focolai vennero riportati almeno 6 volte e in tutti i casi riguardavano Italia e Francia. Il focolaio europeo più importante si verificò in Italia nel 2007 con 334 casi sospetti e 204 verificati. Il principale responsabile della trasmissione in Europa è la zanzara Aedes albopictus, la quale si trova prevalentemente nell’Europa Centrale e Meridionale e la cui zona di influenza è in aumento.    

Nel sud-est asiatico il virus circola almeno dagli anni 60, con focolai riportati da tutti i paesi in cui sono presenti le zanzare del genere Aedes. Si sono avuti focolai ad esempio in Bangladesh, Bhutan, India, Indonesia, Maldive, Nepal, Sri Lanka e Thailandia. 

Il virus circola dagli anni 60 anche nella regione del Pacifico Occidentale, confermato per la prima volta a Singapore nel 1960 e in Cambogia nel 1961. Indagini sierologiche suggeriscono che il virus circolasse già dal 1958. Nella regione le epidemie maggiori tuttavia si sono verificate a partire dal 2000. 

  

Come si può evincere dalla breve rassegna esposta sopra la diffusione della Chikungunya sta accelerando piuttosto velocemente negli ultimi anni e alla data di dicembre 2024 è stata documentata in ben 119 paesi del mondo, paesi in cui vivono circa 5,6 miliardi di persone. La maggioranza della popolazione vive in posti a rischio e questa situazione richiede un attento monitoraggio da parte degli stati e la conseguente adozione di misure per il contenimento delle zanzare del genere Aedes e l’individuazione di focolai. Il contenimento delle zanzare del genere Aedes è particolarmente importante, considerato il fatto che possono trasmettere altre infezioni come la Dengue e il virus Zika. 

I cambiamenti climatici stanno creando inoltre condizioni favorevoli al proliferare delle zanzare responsabili di trasmettere il virus. L’aumento delle temperature a livello globale aumenta le zone in cui esse possono essere presenti, nei paesi in cui sono già presenti invece la durata maggiore della stagione estiva ne facilita la diffusione. L’aumento dei viaggi nelle zone in cui il virus è endemico aumenta le possibilità di diffondere il virus. 

Attualmente si sta verificando una situazione simile a quella che si è verificata nel 2004/2005. L’epidemia a La Reunion ha già fatto registrare quasi 55.000 casi dall’inizio dell’anno[3] e, anche se attualmente in decrescita, si sta diffondendo in altri paesi come il Madagascar, Somalia, Kenya, India, Sri Lanka e Bangladesh. Vi sono stati casi in persone senza uno storico di viaggi in zone endemiche anche in Francia e Italia[4]. 

Per la Chikungunya non vi sono trattamenti specifici, vi è però un vaccino[5]. 

In definitiva, il richiamo dell’OMS non deve mandare nel panico, ma richiama l’attenzione su un problema emergente con cui dovremo fare i conti, un problema che rappresenta un effetto collaterale del nostro stile di vita.   

[1]https://www.reuters.com/business/healthcare-pharmaceuticals/world-health-organization-raises-concern-about-spread-mosquito-borne-chikungunya-2025-07-22/ 

[2]  https://www.who.int/health-topics/chikungunya#tab=tab_1 OMS Report aggiornato a giugno 2025 

[3] https://reliefweb.int/map/world/epidemic-and-emerging-disease-alerts-pacific-22-july-2025 

[4] https://healthpolicy-watch.news/who-warns-of-global-risk-of-mosquito-borne-chikungunya/ 

[5] https://www.ema.europa.eu/en/medicines/human/EPAR/ixchiq