Sarà capitato un po’ a tutti di sentirci soli o di desiderare una migliore vita sociale. Una maggiore inclusione sociale, infatti, migliora la qualità della vita e spesso trascuriamo che la socialità fa parte del concetto di salute. L’OMS, infatti, definisce la salute non come una mera assenza di malattie, ma come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. L’impatto sulla salute pubblica della disconnessione sociale è spesso trascurato ma non per questo è di scarsa rilevanza. L’isolamento sociale e la solitudine hanno conseguenze importanti non solo sulla qualità della vita, sulla salute dei singoli e la salute pubblica, ma persino conseguenze economiche negative. Si tratta di un campo relativamente nuovo su cui ci sono ancora evidenze piuttosto limitate e su cui vi è una consapevolezza piuttosto scarsa e per questo motivo sono ancora pochi i paesi nel mondo che hanno intrapreso misure specifiche per affrontare questo problema. Il report dell’OMS “From Loneliness to social connection[1]” fa il punto sulle evidenze disponibili fino a dicembre 2024, evidenziando ciò che già sappiamo e indicando quali lacune dovrebbero essere colmate dai futuri indirizzi di ricerca. 

Per inquadrare quanto il problema sia rilevante basti pensare che nel mondo quasi una persona su 6 soffre di solitudine, circa il 16%. Il problema riguarda sia i paesi industrializzati che i paesi a basso e medio reddito (con questi ultimi che sono più a rischio), con notevoli differenze che dipendono da vari fattori di rischio anche culturali. Tra i gruppi più a rischio vi sono gli adolescenti e i giovani adulti, nonché le minoranze e le persone LGBTQ+. Inoltre, il 25% degli adulti si sente socialmente isolato. Solitudine e isolamento sociale sono due aspetti distinti dello stesso problema. 

L’isolamento sociale viene definito con l’oggettiva mancanza di rapporti sociali. La solitudine, invece, è un aspetto più soggettivo, e forse per questo più difficile da misurare e da inquadrare, che consiste nella percezione della propria vita sociale come insufficiente o inadeguata. Le persone possono sentire di non avere una vita sociale sufficientemente intensa oppure possono sentirsi trascurati, abbandonati o discriminati per ragioni etniche o sessuali. Con l’età inoltre, cambiano anche le aspettative rispetto alle relazioni sociali, e di conseguenza la percezione della propria solitudine: quando si è giovani si ricerca di più la quantità, con l’età adulta, invece, ci si aspetta relazioni di maggiore qualità. E’ importante dire che non si parla di solitudine sporadica, che non ha nulla di patologico e può anche rappresentare un naturale adattamento a varie situazioni della vita, bensì di solitudine cronica e prolungata.  

Solitudine e isolamento sociale si misurano solitamente mediante sondaggi contenenti domande in merito alle proprie relazioni sociali e alle singole esperienze legate alle solitudine. Le domande possono riguardare l’intensità percepita di queste esperienze, la loro frequenza o semplicemente possono chiedere se in un determinato periodo vi sono stati momenti di solitudine. Esistono diverse scale che possono essere utilizzate per misurare la solitudine; una di queste, basata su una serie di domande, è la scala UCLA. 

Non vi è una teoria comunemente accettata per spiegare l’emergere dell’isolamento sociale. Secondo una teoria, questo sarebbe un effetto collaterale della modernità, per cause legate al capitalismo, all’individualismo e alla tecnologia. Tuttavia, secondo altri studiosi, invece la tecnologia moderna crea nuovi strumenti adatti a favorire la creazione di reti sociali. Non vi è in definitiva un’evidenza chiara su questo. Si sa però quali sono i fattori di rischio principali che possono favorire la comparsa di isolamento sociale e la solitudine. Vivere da soli è uno dei principali, e rappresenta una tendenza in crescita nei paesi più sviluppati come Unione Europea, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. Anche non avere un partner rappresenta un fattore di rischio. Tra gli altri possiamo citare malattie mentali e tratti della personalità, norme sociali, la mancanza di posti di aggregazione, lo status socio economico e un controllo coercitivo da parte del partner. Sono comunque necessarie maggiori ricerche sui fattori di rischio. 

Ogni fascia di età, inoltre, predispone a rischi specifici. L’infanzia è un periodo critico per via dei cambiamenti che la contraddistinguono, sia dal punto di vista biologico che dal punto di vista sociale. Traumi durante l’infanzia possono favorire isolamento sociale e solitudine più in là nella vita. Una situazione particolarmente tipica durante l’infanzia è rappresentata dal bullismo. Chi è più debole viene preso di mira più facilmente, con il conseguente rischio che la vittima decida di isolarsi esasperando ulteriormente il problema. Con l’età adulta isolamento e solitudine possono essere favorite dalla perdita di autonomia, pensiamo, ad esempio, ad un’invalidità o alla perdita della patente. Entrambe queste situazioni possono limitare la capacità di partecipare ad eventi e attività sociali. Anche le discriminazioni contro minoranze e particolari gruppi di persone rappresentano un rischio specifico. Pensiamo, ad esempio, ai pregiudizi e allo stigma strutturale contro le persone LGBTQ+. Esso può portare a isolamento sociale e solitudine, per via del senso di vergogna percepito. Leggi specifiche e programmi scolastici di inclusione possono proteggere queste persone. 

Ma che effetti può avere in pratica la solitudine sulla nostra salute? Secondo le evidenze disponibili, isolamento e solitudine possono accrescere in maniera significativa il rischio di mortalità. Si stima, infatti, che la solitudine provochi circa 871.000 decessi l’anno. In particolare, sono state trovate prove solide per quanto riguarda le malattie cardiovascolari, il diabete di tipo 2, la depressione, l’ansia e l’autolesionismo. Il legame tra malattia fisica e solitudine può essere spiegato sotto 3 differenti punti di vista: biologico, comportamentale e psicologico. Dal punto di vista biologico, lo stress cronico può agire sul sistema cardiovascolare agendo sulla pressione sanguigna, sul sistema immunitario e sui livelli di infiammazione. Sotto il profilo psicologico, invece, la solitudine può contribuire all’insorgere di depressione e ansia. Inoltre, lo stress dovuto alla solitudine può favorire l’insorgere di comportamenti non salutari come il fumo, l’alcool, un’alimentazione poco sana o la mancanza di attività fisica. Può, inoltre, influire sull’aderenza alle terapie in caso di malattia. 

Sono ancora pochi i paesi che agiscono contro questo problema. Uno dei motivi risiede nella difficoltà di provare scientificamente il legame. Più ricerca in questo ambito potrebbe convincere i governi ad agire in base ad evidenze scientifiche solide. 

Cosa è possibile fare in concreto per contrastare il problema?  Non vi è una risposta semplice, in quanto gli interventi possono riguardare tutto il contesto sociale in cui la persona lavora, socializza, si sposta e usufruisce di servizi. Possono riguardare, inoltre, la persona stessa: pensiamo al supporto psicologico o ai programmi di inclusione. Migliorare le infrastrutture in cui la gente vive e lavora può favorire l’inclusione sociale; pensiamo ad esempio alla realizzazione di parchi, campi sportivi e aree verdi nelle città, oppure a cosa può significare l’abbattimento delle barriere architettoniche per una persona disabile. Grazie a pedane, ascensori e montascale, essa potrà muoversi in maggiore autonomia e partecipare più facilmente alle attività sociali. La stessa funzione è svolta dai trasporti pubblici. Le aree verdi, invece, possono favorire le interazioni sociali e lo sport. 

Per quanto riguarda le persone anziane, una delle misure potenzialmente efficaci consiste nell’istruire queste persone all’utilizzo di computer e social network in modo che possano sfruttarne le potenzialità per socializzare. Iniziative locali come lezioni di ginnastica, eventi, fiere multiculturali, mercati, esibizioni, concerti e pranzi di comunità possono favorire altresì l’inclusione sociale. Un esempio concreto è il Neighbour Day australiano, un’iniziativa del 2019 che raggiunse 300.000 persone di 276 sobborghi attraverso l’organizzazione di 437 eventi. Gli eventi spaziavano da momenti di aggregazione sociale, giochi e aiuti a domicilio alle persone più vulnerabili. I partecipanti hanno risposto a un sondaggio prima e dopo l’evento, nonché 6 mesi dopo. Ne è emerso che la partecipazione a queste iniziative ha aumentato il senso di identificazione sociale, la coesione sociale e lo stato di benessere generale. 

Iniziative per risolvere altri problemi, come i cambiamenti climatici, possono essere utili anche contro l’isolamento sociale e la solitudine. Le Water Squares di Rotterdam[2] rappresentano un esempio concreto: spazi urbani che modificano il loro aspetto e la loro funzione in base alle condizioni atmosferiche. Quando non piove esse sono delle aree di svago e relax, mentre quando piove diventano delle vasche per la raccolta dell’acqua. Con piogge lievi le Water Squares raccolgono l’acqua piovana e la convogliano in bacini di stoccaggio per poter poi essere riutilizzate. In caso di piogge intense esse diventano un bacino di decantazione per le acque piovane, che verranno poi rilasciate gradualmente nel sistema fognario evitandone così il sovraccarico. Anche durante i periodi di allagamento le Water Squares diventano un’area di giochi acquatici, ideale per i bambini. 

Le evidenze per ogni singola misura non sono sempre chiare, tuttavia ciò che è più chiaro è che una combinazione di misure è più efficace di una sola. Occorrono comunque maggiori ricerche per capire quali iniziative o quali combinazioni di esse possono avere l’impatto maggiore per contrastare l’isolamento sociale. Maggiori saranno le evidenze e maggiore sarà la consapevolezza su questo problema così complesso, riguardante una fetta importante della popolazione, e maggiore sarà l’azione da parte dei governi.     

[1] https://www.who.int/publications/i/item/978240112360   

[2] https://cittaclima.it/portfolio-items/rotterdam-piazza-benthemplein/