Mario Capecchi è uno dei Nobel italiani dalla vita più avventurosa e rappresenta il classico esempio dell’American Dream, nonché un modello a cui ispirarsi per tutte quelle persone che vogliono fare della scienza la propria missione.

Nelle interviste che ha rilasciato si presenta come un uomo umile, sebbene gli incredibili obiettivi raggiunti, e non rinnega la sua infanzia difficile, ai tempi della guerra e della miseria.

Colpisce che si definisca uno “studente buono, ma non serio” ai tempi della scuola e che al liceo fosse più interessato allo sport (in particolare al wrestling), che allo studio.

Capecchi nacque a Verona nel 1937 in un contesto familiare insolito: il padre, un militare italiano, e la madre, poetessa di origine tedesca, non si sposarono mai.

Dopo la scomparsa del padre in Africa e la deportazione della madre in Germania, in quanto avversa al regime, il piccolo Mario fu dapprima dato in adozione e, poi, abbandonato. Come ha raccontato in numerose interviste, ha vissuto per strada per qualche anno, associandosi a una banda di ragazzini di strada, che rubacchiavano per vivere.

Nel frattempo perse le tracce anche dalla sorella minore, con cui è riuscito a rimettersi in contatto solo nel 2007.

Dopo la fine del conflitto mondiale, ricongiuntosi con la madre, emigrò negli Stati Uniti, dove lo zio materno li aiutò per i primi tempi.

Nonostante le prime difficoltà, date da effettive lacune nella sua istruzione primaria e l’ostacolo della lingua, Capecchi riuscì comunque a frequentare il liceo ed iscriversi poi all’università, fino a conseguire ad Harvard il Dottorato in Biofisica, sotto la supervisione di un premio Nobel, James Watson, che lo vuole personalmente al suo fianco.

Da lì, la sua carriera accademica non si è mai arrestata: primo incarico come assistente nel ‘69 e poi docente ad Harvard e all’Università dello Utah, a Salt Lake City, dove risiede tutt’ora.

Ma è solo nel 2007 che Capecchi, insieme ai colleghi Martin Evans e Oliver Smithies, ricevette il Premio Nobel per la Medicina per la tecnica del gene targeting, ovvero un metodo che, tramite l’utilizzo di cellule staminali embrionali, consente di ottenere organismi caratterizzati dall’assenza di uno specifico gene.

Tale invenzione ha permesso di mettere a punto il primo topo knockout, nel quale alcuni specifici geni vengono resi non funzionanti.

Questo modello animale è utilizzatissimo in medicina per lo studio in vivo della funzione dei geni. Le applicazioni, infatti, sono molteplici, dallo studio dei tumori, all’embriologia, nonché l’immunologia e la neurobiologia.

Personalmente Capecchi si è interessato anche alla famiglia genica Hox nei topi, ovvero quella che riveste un ruolo fondamentale nello sviluppo embrionale di tutti gli animali multicellulari, in particolare relativamente alla multilateralità.

FONTI:

https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Capecchi

https://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/scienza_e_tecnologia/nobel-medicina-2007/storia-capecchi/storia-capecchi.html

https://www.nobelprize.org/prizes/medicine/2007/capecchi/biographical/

https://www.deseret.com/2007/11/6/20051915/nobelist-s-tales-of-wartime-have-inconsistencies#mario-capecchi-winner-of-the-nobel-prize-in-medicine-poses-with-a-painting-of-his-mother-and-uncles-painted-by-his-grandmother-in-1911-oct-8-2007

https://elpais.com/diario/2007/10/10/sociedad/1191967208_850215.html

capecchi.genetics.utah.edu/mario/